Disturbances / Scompigli di Cynthia Penna

ART1307
Disturbances / Scompigli

Una mostra giocata su un dialogo insolito, forse audace, ma esteticamente vibrante tra due artisti diversi sia geograficamente che culturalmente.
Brad Howe, californiano di Los Angeles, opera attraverso la scultura in acciaio dipinto che va ad interagire con lo spazio circostante; lavori tridimensionali che si introducono nello spazio e dialogano con esso in termini di rapporti spaziali, proporzioni, masse, colore, ombre, e proiezioni.
Sono opere plastiche, di un plasticismo tutto contemporaneo, spigoloso o morbido a seconda del caso che prende spunti e si riallaccia alla tradizione americana del ‘900 da Alexander Calder alla POP art. La lezione del minimalismo americano è stata accolta e assorbita in pieno dall’artista che edulcora la rigidità della forma geometrica allo stato puro attraverso colorazioni bizzarre e insolite; con esse Howe introduce un discorso sul colore che spazia dal POP americano di metà ‘900, ai colori primari, fino alle colorazioni tenui, ai mezzi toni che rammentano a noi Europei e Italiani in particolare, nei rosa, nei pallidi verdi e nei turchesi addirittura una certa pittura rinascimentale veneta.
Amedeo Sanzone, napoletano di origine e impianto culturale, è figlio della tradizione pittorica napoletana e da quelle scene di paesaggio o di genere parte per un percorso personale che lo conduce, attraverso scarnificazione e sottrazione, verso un minimalismo totale e l’azzeramento di qualsiasi elemento che non riguardi meramente la base strutturale dell’opera stessa. Geometria pura, ma una geometria di senso ed “emozionale”.
Tutto viene cancellato e assorbito dal colore e dal riflesso che la luce rimanda agli occhi dalla superficie specchiante e riflettente dell’opera.
Sanzone viene considerato come il più “californiano” degli artisti Italiani proprio per questa sua attitudine al “togliere”, per l’uso di materiali plastici riflettenti la luce, e per il suo interesse per gli effetti e le interferenze della luce sull’opera.
I due artisti sono stati invitati a dialogare sul senso della costruzione della forma nello spazio. Il supporto, il muro, la stanza diventano un campo pittorico su cui esprimere i propri valori di significato e di senso.
La strabiliante capacità coloristica di entrambi rende le loro opere puri veicoli di emozioni: li definirei: “vettori emozionali”.
Irresistibili miscele di colore inducono nello spettatore una sensazione di scoperta di nuova linfa vitale; ne attivano i sensi, acuendone la percezione ed anzi favorendo una capacità percettiva finora ignorata.
Il dialogo si dipana anche per contrasto: superfici riflettenti, superfici assorbenti; colori pastello, colori irruenti e di forza; materiale plastico e acciaio, duttile ma resistente; nessuna somiglianza, nessun apparente legame tra le opere e gli stili dei due artisti, ma un comune senso di approcciarsi alla materia sfruttandone tutte le capacità. Un comune senso di modifica del materiale; una comune voglia di plasmare la materia e assoggettarla o da essa farsi trascinare verso una nuova scoperta di senso. Tutto alla fine è teso a portare lo spettatore al limite di un engagement emotivo.
Più che attivare una percezione sensoriale, si attiva una percezione emozionale.
Brad Howe
Le opere sembrano invadere e divorare lo spazio; la percezione del campo pittorico di base, la superficie basica diventa del tutto secondaria sebbene adoperata come mezzo, supporto e punto di riferimento delle opere. Queste sono costruite sul quel campo pittorico ma allo stesso tempo lo annullano con la loro presenza.
Il muro viene adoperato come superficie su cui “azionare” l’opera, attivare l’opera, farla “muovere”, farla vivere; un’opera fatta di forma, di colore, di linee che si intercettano l’un l’altra scambiandosi tra loro, attraverso un certo “movimento”, spazio, colore, e forma.
Le linee si intersecano, si sovrappongono, si incrociano, in un desiderio di caos dato dall’apparente ordine delle cose.
Le nuove sculture di Howe rimandano la mente a quei personaggi dei fumetti che si attivano ad un “là” come quando da improbabili e indecifrabili pezzi di carta accartocciata, attraverso l’animazione cinematografica, prendono vita e all’improvviso iniziano a muoversi, ad attivarsi e attraverso questo movimento, si trasformano, subiscono modifiche di genere e specie fino a diventare esseri che palpitano e respirano. È la magia del fumetto, del cinema, è la magia dell’arte. Trasformazione, nascita o rinascita di un nuovo corpo con una nuova identità. Così queste piccole sculture di Howe sembrano doversi trasformare all’improvviso sotto i nostri occhi e da cartoncini piegati e colorati, da scarti di fogli gettati nel cestino dei rifiuti, sembrano doversi schiudere, aprirsi ad una nuova vita e quasi incarnarsi in un nuovo essere con una propria identità inedita ed indipendente.
Non sono sculture fisse e rigide, ma embrioni di un qualcos’altro che contiene la vita.
Le opere di Howe si possono guardare da varie angolazioni e mutano di senso a seconda dell’angolazione da cui si guardano. Possiamo parlare di “percezione multipla”, di un rapporto molteplice con l’opera sotto differenti forme di acquisizione percettiva.
Per questo afferma Howe non possiamo adagiarci sulle pseudo-certezze delle nostre speculazioni razionali, ma dobbiamo abbandonarci ad una “navigazione a vista” mutabile giorno per giorno ed essere aperti a nuove esperienze e nuovi apprendimenti.
“L’interazione tra lo spettatore e l’opera d’arte può essere vissuta come un evento, un atto di trasformazione della realtà il cui ultimo fine non è ricondotto a principi scontati e chiari o al campo della razionalità.
Avviene una epifania di scoperta, un qualcosa di nuovo, un accadimento in cui la nostra stabile e chiara base di comprensione viene momentaneamente “disturbata” e noi percepiamo le nostre speculazioni nascoste che danno forma al nostro modo di comprendere e che per un breve momento diventano acuta consapevolezza (intensa coscienza di sé).
Questi “disturbi” possono accadere, ci allertano sulla necessità di essere sospettosi riguardo alle nostre strutture psicologiche predefinite e alle quali ci relazioniamo, al fine di indurci a “navigare” giorno per giorno “(Brad Howe da catalogo Objet_a)
Amedeo Sanzone
Nelle nuove opere Sanzone sperimenta le molteplici possibilità del materiale lexan attraverso la tecnica della curvatura a freddo, plasmando il materiale e portandolo ai limiti delle sue capacità fisiche.
Si tratta di un lavoro sulla e con la materia che viene piegata, torta, modificata in modo da assumere una “attitude”, un aspetto, un significato e un valore di senso totalmente inediti.
Sanzone apre così una nuova era della sua sperimentazione e quindi della sua poetica.
All’artista non basta più parlare attraverso il riflesso dell’elemento luce; non basta più l’inclusione dello spettatore all’interno dell’opera, né il riflesso della propria immagine restituita all’occhio di chi guarda; Sanzone introduce in queste nuove opere un elemento ulteriore che è quello della distorsione dell’immagine stessa riflessa nella superficie specchiata.
In un mondo e in un’epoca di grandi “distorsioni”, di manipolazioni e rimaneggiamenti della realtà, in un’epoca di ambiguità diffusa, Sanzone attenziona lo spettatore su quanta parte della realtà possa essere distorta e disturbata; lo spettatore viene inglobato nell’opera, assorbito in essa attraverso la superficie specchiante, viene riflesso da essa, ma questa volta la sua immagine gli apparirà “modificata”: allungata, ristretta, deforme o comunque difforme: una percezione nuova del sé, e del mondo circostante: una scoperta della propria immagine che rimanda e invita piuttosto ad una indagine sull’io.
L’essere umano non è statico, ma subisce impercettibili o grandi modificazioni sia fisiche che interiori.
Tutta la vita è esperienza e Sanzone ci vuole indicare la strada della modificazione, del cambiamento, della scoperta, della ricerca.
Non solo il soggetto si modifica, ma tutto il suo mondo circostante si muove e muta: mutazioni di senso, mutazioni di percezioni, di sentimenti, di emozioni. Un invito a nuove scoperte interiori, un invito a nuove ricerche interiori.
A questo punto Sanzone elimina dalla superficie dell’opera anche quell’applicazione esterna che pure è stato finora elemento cardine dell’opera del maestro.
Finora avevamo assistito a superfici piatte su cui venivano posizionati oggetti estranei ed esterni al fine di focalizzare la visione spaziale su un solo punto e da esso partire per accedere ad una visione globale dell’opera senza perdersi o disperdersi all’interno di essa.
Una sorta di appiglio per non precipitare nel vuoto apparentemente immateriale; orbene in questa nuova produzione questo elemento è stato eliminato: l’artista si è concentrato piuttosto su un’indagine psicologica della distorsione; il movimento, la modulazione della materia e la distorsione dell’immagine proiettata nell’opera che in tal modo ne deriva, ha fatto sì che non ci fosse più necessità di alcun “appiglio”, di alcun aggancio psicologico ad un corpo saldo e sicuro esterno all’opera: tutto si realizza all’interno dell’opera stessa e della sua superficie. La levigatezza del materiale, la superficie specchiante non turbano più il senso di saldezza e di attaccamento alla realtà.
Sanzone è pervenuto ad un discorso di pienezza di rapporto tra luce e spazio, tra luminescenza e spazialità.
Adesso il suo racconto si instaura con lo spazio: un corpo che viaggia sulla superficie spaziale che lo ospita: un rapporto di divisione dello spazio e di dialogo della forma nello spazio e con lo spazio.
Diremmo un accento costruttivista di rapporto tra spazio e superficie, tra spazio e forma; ma in Sanzone è il metodo, la modalità di approccio con la forma, lo spazio e la superficie che NON è costruttivista in senso tecnico. In Sanzone rimane e permane l’approccio spontaneista ed emozionale all’opera e alla costruzione di questa. Essa deve pulsare, esprimere il proprio sentimento, la propria anima attraverso forma, colore, movimento, e luce.
Mai l’artista rinunzierà alla forza della luce che infrangendosi sulla superficie determina una reazione ottico/percettiva che però invece di restare negli occhi, mira dritta alla parte emotiva ed emozionale del cervello.
Sanzone offre input visuali, input percettivi che si trasformano tout court in un linguaggio emozionale: l’epifania di una emozione personale ed intima che non necessita di alcuna condivisione, ma rimane chiusa all’interno di noi stessi regalandoci il senso di appagamento nella bellezza.
DISTURBANCES
E così torniamo al tema di questa mostra che è appunto quella degli scompigli. Ma in che cosa consistono e dove mirano questi disturbi e questi scompigli?
Va detto anzitutto che elemento marcante la mostra è il dialogo che si instaura tra i due artisti fatto di contrasto e connessione.
La struttura morbida e avvolgente delle opere di Sanzone dialoga con l’apparente spigolosità di quelle di Howe. Una geometria non di calcolo ma di senso nelle opere di Howe che sembrano “proiettarsi” all’interno della rotondità di Sanzone ed anzi esserne assorbite, fagocitate e rielaborate da queste ultime attraverso una perturbazione di visione. Si attiva così una sorta di visione perturbata e distorta che rimanda all’idea che a volte la realtà non è quella che appare o quella che è, ma quella che noi le attribuiamo.
Una modificazione del reale che non è nella realtà, ma è solo nella nostra percezione di questa.
Attività di disturbo: un accadimento che scompagina le certezze; nulla vi è di acquisito, di dato per scontato; nessuna certezza è “certa” perché la realtà è fatta di sfaccettature che ne deformano la percezione e ci conducono a sperimentarla non così com’è o come dovrebbe essere, ma come crediamo che sia. Le diamo valori e simboli che in realtà non esistono.
L’indagine dei due artisti si concentra perciò su distorsione e sfaccettatura.
Quante realtà esistono in una medesima situazione? Dipende dal punto di vista da cui le guardiamo così come vediamo le loro opere da tante angolazioni differenti ed ogni angolazione ci dice qualcosa di nuovo e di diverso, ci parla linguaggi diversi.
Apriamoci e apriamo il nostro mondo a percepire queste modifiche e accettiamole come parte di noi, perché le sfaccettature, gli scompigli, i disturbi sono parte della realtà, del nostro mondo e del nostro modo di essere.



Torna all'Evento

Disturbances

Scompigli

Brad Howe Amedeo Sanzone

Villa Di Donato
Dal 15/03/2018 al 15/04/2018
Curatore: Cynthia Penna

Motore di ricerca

Ultimi Eventi

 

Social Network