Il decumano Utopia-Eresia

 

 

di Mimmo Grasso

 

 

“Niente è più ordinato di un mucchio di rifiuti gettati a caso”. La citazione è di Eraclito e  rinvia per molti aspetti alla teoria del caos. Occorre tuttavia asteriscare il reinvio  annotando che in genere contagiamo coi nostri significati e le nostre esperienze  il pensiero degli antenati e di tutti coloro con i quali entriamo in relazione; ciò per la semplice constatazione che una relazione è tale se c’è scambio e dunque contaminazione. Non solo:  pilotiamo sempre la comunicazione con gli altri, la forziamo per giungere a un accordo con il  nostro voler-significare e col nostro vissuto, cerchiamo coerenze. Questo fenomeno, sulle cui dinamiche occorrerà indugiare perché è costitutivo della conoscenza (co-naissance), è già un processo utopico ed eretico e come tutte le cose eretiche utopiche (e/e, non o/o)  fa parte delle regole del gioco, segue il e consegue al funzionamento della nostra mente. Il primo problema, dunque, se si è d’accordo su questo fenomeno, se lo riscontriamo come evento comune,  è “perché contagio di me le opinioni altrui? Quale facoltà o (e?)  meccanismo mi spinge a fare questo?”. E, ancora, in che modo e perché questo è importante per gli argomenti del nostro incontro?
Venendo qui ho visto pezzi di un’opera che, proprio perché gettati a caso (ma è più corretto dire ”sistemati a caso”, cioè intenzionalmente casuali),  desiderano che se ne ricostruisca l’intero, se c’è. Si tratta di pezzi che si autoindicano come citazioni a piè pagina di una visione, di un’idea che, guarda il caso nel caso, ha come elementi fondanti un parallelepipedo (del tipo, per intenderci, di quello di 2001 Odissea nello spazio), una matrice ovoidale di plastica con supporti e cardini in ferro e, infine, una teoria di uova di ghiaccio di varie dimensioni, tutte  perifrastiche perché stanno per sciogliersi: la matrice delle matrici, l’uovo, quello infibulato da armature di plastica e ferro,  genera il proprio nulla, la propria forma caotica e acquigera. Altresì,in modo responsoriale e dialogante con quel fossile dell’acqua che è il ghiaccio, una piccola  luce è contenuta nell’armatura di /uovo/. Si apre in noi uno spazio di possibili relazioni, una radura di perplessità: se una piccola luce è in una matrice d’uovo gigantesca occorrerà chiedersi chi ha potuto produrre ed espellere dal proprio corpo  quell’uovo se non la luce elevata a potenza.  Quella piccola luce è il seme di un grifone che non si trova nei bestiari. Annoto, altresì, che nella grafica dell’invito a questo seminario giocano i concetti di simmetria e analogia: la scrittura dell’invito è  ovoidale come lo sono le diecine  di seni o testicoli di toro della mater matuta efesina che vi campeggia (forse è lei che ha fatto quell’uovo, lei che è icona  mostruosa ma -e vedremo perché- “bella”). Questo desiderio di simmetria (relazione di relazioni, metarelazione) obbedisce, secondo il mio osservare, a ciò che in natura è costitutivo del vivente: la simmetria, appunto. Mi riferisco anche  a un celebre esperimento di Bateson che  mostrò ai suoi allievi un granchio morto chiedendo loro da cosa avessero potuto arguire che si trattava di un vivente. Questo qualcosa era appunto la simmetria. Ogni essere vivente è simmetrico, divisibile in due metà uguali. La simmetria, quale che sia il significato che si vuole dare a questa parola, è la caratteristica del nostro modo di pensare. Certo, mi si farà notare che anche una montagna è simmetrica (idealmente simmetrica) e che non per questo è un vivente. Dovremmo, innanzitutto, concordare cosa significhi “vivente” e saremo tutti d’accordo sul fatto che, qui, intendiamo per vivente organismi cellulari, con una speranza matematica di vita limitata, elaboratori di metabolismo. L’ obiezione dal timbro diogenesco non sposta più di tanto la questione e anzi ci riporta ad altre antichissime domande: se siano le leggi della natura quelle del mio pensiero e viceversa ricordando, tra l’altro, che “natura” è un termine perifrastico: tutto ciò che sta per nascere, locuzione che mi fa distorcere lo sguardo dalla città che vedo dai balconi di questa villa perché è una città morta, un granchio in cui è arduo scorgere una qualche simmetria se non tra il sopra dove volteggia il grifone dei bestiari e il sotto dove è occultato l’uovo.  Questa installazione è la nenia a un bambino mai nato. Il guscio d’uovo è il carapace di un sogno, un desiderio di rinascita, l’invito a compiere un nuovo rito di passaggio lungo l’asse Utopia-Eresia che si fondano sull’immaginazione ed ha esiti pratici, comportamentali, sociali.
Non so se Mina di Nardo, ne è a conoscenza ma è strano e certamente poco casuale pensare che il contenitore di un Ur-uovo sia stato da lei percepito come “legno” e in legno realizzato. Forse, inconsapevolmente e per ciò tanto più significativamente, perché il legno è  materies, etimo di mater e della generazione di tutte le forme possibili racchiuse nel potenziale di “uovo”. “Uovo”, altresì, è etimologicamente collegato con “avis”.  Navigando nel sito del Coordinamento Architetti ho visto uno stemma utilizzato dalla Di Nardo che, come ella  mi conferma, è di Leon Battista Alberti. Questo “stemma araldico”  è collocato lì, sulla home page, anch’esso quasi casualmente. Si tratta di un “logo” che  è un ibrido tra uovo,pesce, uccello, occhio. Sono notissime le relazioni storiche e simboliche tra questi elementi ed è grazie a questo simbolo che, contaminato, sto dialogando con voi in questo modo, che penso a voi, che immagino di riassemblare i pezzi dell’installazione fratturata ponendovi sopra una statuetta di terracotta (magari una riproduzione della Venere di Efeso, la Grande Madre onnipresente in Campania). So che alcune rose verranno sistemate dentro le uova di ghiaccio in modo da formare una sinusoide, moto identico a quello del serpente che, canonicamente, si attorciglia intorno all’uovo cosmico.
Il mio amico Antonio Vitolo converrà con me se individuo in questa performance corale  il Rituale del Serpente e un pezzo dell’ Atlante della memoria di Warburg.  Ed ecco che sto procedendo a inserire i dati esterni (i pezzi dell’installazione) in qualche cosa che conosco già e che è la mia memoria, dove  Utopia ed Eresia sono in funzione biunivoca; ed ecco che comincio a intuire che la bellezza è questa attività, questo processo mnestico. Ricordo altresì uno studio magistrale di Bachofen in ordine alla simbologia funeraria degli antichi. Si tratta dell’ analisi, magistrale, di un dipinto di Villa Pamphili, forse la celebrazione di un mistero orfico, in cui sono rappresentati alcuni personaggi seduti attorno a un tripode sul cui piano vi sono  tre uova bicolori (bianco e nero). La mia memoria sapeva questo e ora io so che, in una situazione di dejà vu, noi qui stiamo facendo la stessa cosa degli uomini del dipinto di Villa Pamphili e forse stiamo cercando di comprendere gli auspici che ora una tortora -la sentite?-  gloglotta dai rami di un’araucaria millenaria.
Dopo questa esplorazione e verifica di input/output, situazionale, posso tornare alle regole del gioco
cercare di  affrontare la questione Utopia-Eresia-Bellezza immaginando che quello che dirò possa essere utile per aggiustare i giunti, più che le giunte,  di /Napoli/, che nei punti d’incastro “giocano” sgangherate.
Io sostengo che la bellezza ha luogo nella “potenza” (possibilità) di rimettere in gioco, secondo un ordine imprevedibile ma coerente con gli oggetti memorabili che ho in me, i pezzi che, prima, mi si praesentano come gettati a caso e che, poi, vedo chiaramente come adattabili a giochi d’incastro che la mia mente predispone, progetta in funzione significante sia verso l’interno (il me) sia verso l’esterno (il voi). E’ quest’area di attesa di qualcosa che “sta per” il luogo della bellezza., la sua “aura”. E’ qui che vengono coinvolte le nostre facoltà. Questo stesso seminario è “bello” per questi precisi motivi, cioè i “reperti” che lascia alla libertà e, alla Masullo, paticità del vissuto. Lo stesso spazio fisico in cui esso accade (questa “Villa di Donato”, in un luogo di Napoli poco frequentato), il contesto, è “bello”, ne è un “pezzo” e tutto sembra coincidere, simmetrico, cioè coerente,  comunica qualche cosa che va al di là dello stesso comunicare, ne illumina motivi e ornamenti insospettati. Un esempio? Dopo questo mio peregrinare ed errare errando, la citazione verbale di Eraclito e la citazione visiva della Di Nardo si posizionano l’una nel territorio dell’Eresia, l’altra in quello dell’Utopia e, come queste araucarie, prolungano le radici, le intrecciano nel sottosuolo. Ciò vale per questa situazione come per /Napoli/ che sarà osservata da varie angolazioni nei lavori di oggi e mi auguro in quelli futuri dal Coordinamento Architetti così   come è, cioè un insieme di molteplici pezzi gettati a caso e che occorre riportare all’intero del senso, individuando nuove relazioni e possibilità di sviluppo urbano, di progettazione  -per gli architetti- ; di senso e di vissuto per i  poetastri come me.
Viene  chiesto, allo scopo di fare qualche passo avanti nella direzione della civiltà,  una nuova e preliminare lettura di /Napoli/, il che non è di poco conto ed è anzi necessario ai fini dell’identità cittadina, lasciata per troppi anni alle cure di politici che, dopo un presunto rinascimento o età d’oro, di pericleo  hanno solo la testa a pera (che, pure, ricorda un uovo).
Da qualche tempo sto lavorando su questo tema dell’identità partenopea. Lo ritengo prioritario proprio per i motivi che ho cercato finora maldestramente di chiarirmi. Un noto adagio del mondo del management recita:”trattate le persone come voi vorreste che fossero e diventeranno migliori di quanto possiate sperare”. Un esempio lo abbiamo vissuto con la prima esperienza di sindacato di Bassolino. La vera rivoluzione è stata la motivazione. Come fare per riprendere i motivi della motivazione, pur consapevoli delle difficoltà gestionali dei sistemi complessi?
Io credo che siano venute meno l’ideologia, l’appartenenza, le tecniche, insomma la cultura,anche quella popolare, specialmente quando la politica ha adottato le classi borghesi per i posti di governo, trattandosi di borghesia della mediazione e non della produzione, che peraltro Napoli non ha mai storicamente espresso. Ma di questo, altrove, essendo l’attuale stato dell’arte conseguenza di un modo di vedere e di “saper sentire” obsoleti.
Ai fini del lavoro da fare e del tema suggerito forse sarà utile trasferire qui, empiricamente,  la mia esperienza giacché non c’è alcuna differenza di metodo e di approccio tra ciò che fa un architetto e ciò che fa un poeta. Per quanto riguarda la mia attività, incerto anch’io tra Utopia ed Eresia ai fini dell’identità di Napoli ho ripreso e cercato di rifondarne la lingua. L’  incontro per me è stato molto importante, “bellissimo”. Vi confesso che ho sofferto molto, come un architetto che assumesse su di sé il compito di reinventare e rifondare l’architettura di Napoli, rispettandone il “vissuto”, gli strati e la diastratica, individuando prospettive che non possono che essere di senso del civile. Ero indeciso e periclitante perché sapevo di essere un analfabeta in quanto sapevo parlare la mia lingua materna ma non la sapevo scrivere, con quel che comporta, in termini cognitivi, il passaggio dal parlato allo scritto. La lingua napoletana mi appariva come può apparire a voi architetti la città se ci affacciamo da queste  balconate: non si saprebbe da dove cominciare. Mi si presentava alla coscienza la consapevolezza di dover rispettare le caratteristiche di oralità del napoletano, con i mondi impliciti nell’oralità, e usare dunque  uno stile formulaico, tipico dei cantori. Ne è uscito un ibrido che, come gli africani subsahariani della mia generazione, ho chiamato “oralitura”. La materia era enorme: vedevo una tradizione (il primo a scrivere in napoletano fu Boccaccio), il furore di idee e intuizioni il più delle volte affidate a modalità canore, cioè popolari, spegnersi intorno alla fine del ’900. Mi resi conto che l’evoluzione del napoletano era fermo al periodo di Imbriani, circa 1870. Neanche l’ortografia  aveva fatto passi avanti, era stata elaborata a sistema fonetico, il che conferma la natura orale di questa lingua. Di Giacomo scriveva in modo litterato ed ammiccante, Russo pedestre (con quel tanto di ostentazione che implica la faccenda). Ma erano, comunque, pur sempre esiti di un certo rilievo, espressioni di una cultura. Viviani è insuperabile ma non sa scrivere né selezionare ciò che scrive. Eduardo, il poeta piccolo borghese,  non scrive in napoletano: ne ha solo l’accento, il tono. Notavo negli autori quasi uno strato di vergogna a usare la lingua materna, schiava di quella madre, un’inconfessata obbedienza alla classe dominante e  un rivolgersi solo alla piazza locale. Ma si sa che chi comanda può dire che la sua è una lingua e che  quella dei conquistati è vernacolo. La produzione contemporanea (Bàino, Di Natale, Messina…) registrava punte di eccellenza ma disperse nella produzione più ordinaria. Ritenni, cercando una lingua utopica e adottando categorie di analisi forse oggi eretiche, quelle marxiste, che la morte della lingua è dovuta al nulla  spirituale di chi la scrive ( ma non di chi la parla ancora, il popolo). Gli autori in lingua napoletana non hanno coscienza di ciò che fanno quando usano questo strumento. E sono gli stessi che vediamo ai posti di comando, che ,come si dice, “fanno opinione”. Erano e sono in gran parte avvocati, notari, medici, grossisti, politici che, solo dopo il pranzo domenicale, eruttano versi. A un livello più serio, più autentico, viene la schiera dei cantori, dei vari Gragnaniello, Bennato, Daniele. Ma quello della musica è un altro mondo, industriale, obbedisce ad altre logiche e, in fondo, il suo pubblico è sempre quello piccoloborghese. Insomma, anche loro mi apparivano con un sottofondo di  falsetto, con occhiolini  al potere, retorici. Denso di nubi, diventavo consapevole di ciò che stavo per fare e che lo stavo facendo da solo fino a quando non decisi di ascoltare il popolo in tutti i luoghi possibili. La linguista Cristina Vallini, per il tramite di Antonio Vitolo,  mi diede una scossa:”Chi
crea la lingua sono i poeti. Noi e gli altri  veniamo molto dopo. Smettila dunque coi dubbi e cerca solo  di far bene il tuo lavoro, senza compromessi”.. Credo che gli architetti qui presenti condividano le mie problematiche perché si troverebbero con gli stessi dubbi nell’affrontare la rifondazione di /Napoli/. L’ esortazione della Vallini la rilancio qui.:”Fare bene -e cioè eticamente- il nostro lavoro senza lasciarsi condizionare da appalti, committenze, strategie molto modeste politicamente ma molto ricche economicamente”.
Facciamo un esempio: so che è stato tempo fa approvato un piano di insediamento abitativo di cospicue dimensioni a Giugliano. Non credo che sia necessaria la maga per verificare che lo sviluppo della nostra città va in direzione di Avellino, anche per questioni relative alla “bellezza” (qualità della vita, al sovraffollamento, al carico urbanistico, ai costi dei servizi, ecc.). E’ quanto dimostra  Emma Buondonno che certamente avrebbe rifiutato l’ incarico di progettare centinaia di appartamenti a Giugliano  sollecitando e imponendo  altre soluzioni, di carattere squisitamente “etico”.  Ma tant’ è: il suo no non significa il no di altri architetti o tecnici, napoletani o meno. Mi chiedo, allora, se non sia necessario riformulare il vostro codice deontologico inserendo questioni di etica pubblica, comportamentale, onde evitare che si chiudano gli occhi su spettacolari abominii.
Un “manifesto”, la ripetitività di incontri come questo allargati alla partecipazione popolare, la canalizzazione delle idee, insomma una rivolta dei quondam intellettuali (quelli, beninteso, che non hanno mai lavorato con la politica) che miri alla condivisione, a diventare vissuto e valore metabolizzato,  potrà consentire, ne sono certo, di  riconsegnare “Napoli” a /Napoli/, il che significa poi rimettere insieme i pezzi secondo un metodo, trasferire valori, vissuto, identità (in sostanza, rimodulare la memoria).
Cerchiamo di definire i contorni essenziali (in senso stretto) di questo metodo nei limiti degli argomenti scelti, con la speranza di non usare un cannocchiale rovesciato. Ritorno dunque ai termini di confine  Utopia e a Eresia. Darò qui qualche istruzione per l’uso di “bellezza”, traccerò come un agrimensore la linea del decumano di  /Napoli/.
Si potrebbe dedurre, dal mio esordio con la citazione eraclitea,  che il caos è matrice di bellezza. In verità ciò è inesatto in quanto il senso della locuzione è che  “un mucchio di rifiuto gettato a caso” può essere molto ordinato, cioè bello. C’è una  possibilità che fonda la bellezza che, altrimenti, sarebbe una di radice quadrata del caos (locuzione peraltro bellissima). In concreto: una statua greca, p.es. la Venere di Milo o il doriforo di Policleto o i bronzi di Riace, tanto per rimanere nel collaudato, nell’immediatamente verificabile,  sono “belle”. Ma in relazione a  cosa se non al reale dove quella forma, quei rapporti e proporzioni (ordine, simmetria) non sono mai riscontrabili o verificabili?  Si arguisce che per definire qualcosa, attribuirle un carattere o qualità, la mente necessita di confronti con  caratteri o qualità contrari a quelli ipotizzati e solo ipotizzati, potendo noi agevolmente ribaltare le attribuzioni, sempreché il ribaltamento sia significante, coerente. Si delinea dunque un coesistere, ai fini della bellezza, di ciò che individuiamo semanticamente, e in “giro largo”,  come Utopia ed Eresia, coesistenza che converge in un unico angolo dove  la bellezza è  Utopia dell’Eresia e viceversa. Un’ Utopia, se tale, non deve realizzarsi; l’Eresia, se tale, deve essere combattuta perché non si realizzi. La conferma storica ci viene data proprio da Tommaso Moro, ucciso come l’eretico Giordano Bruno, quel Moro al quale Erasmo da Rotterdam dedicò un’opera molto eretica, l’ “Elogio della follia”.
Ne deriva che gli sforzi compiuti da ciascuno per raggiungere la città di Utopo sono “eretici” rispetto al modello. Annoto a margine che “eresia” significa “scelta”, cioè un de-cidere. La decisione riguarda l’area verso la quale volgiamo lo sguardo: verità, realtà. La bellezza non è realtà e la realtà non è verità in quanto questa riguarda il senso del reale. Intendo dire che spesso siamo eretici (decisori)  più che del “non-luogo” del “luogo del no”, dunque attiviamo un fiutare per rifiutare, che è  un atto conoscitivo abbastanza complesso per esprimere il quale, come nel gioco dell’oca, occorre coordinare, selezionandole (funzione primaria e origine della bellezza), le componenti di un totem ideale:
La bellezza si manifesta come  cortocircuito, l’un-heimliche, il perturbamento , delle aree del totem;
è  stupor che si chiama Eresia e  coma che ha nome Utopia,  inserto  di attività cognitive  simultanee. Utopia ed Eresia sono entrambe disordinanti: l’una, l’Utopia,  ordina, dialetticamente e mediante  la logica dell’immaginazione, ciò che non può essere ordinato e pretende di farlo  eticamente, perché  l’etica è il linguaggio ordinato del pathos. L’altra tende a distruggere ciò che pensiamo sia già ordinato, riconosciuto, vale a dire  l’intero sistema  culturale. Quando agisce l’Eresia viene colpita la parte “bassa” del totem (mondo dei riti e dei miti, inconscio biologico) creando  rigetto, paura, ansia sociale. E’ infatti nella parte bassa del nostro totem che risiedono paura e ansia essendo il quadrante superiore,quello analitico, poco significativo ai fini dell’origine del  “turbinare” della percezione. Sia l’Utopia che l’ Eresia come processo ordinante-disordinante (e si torna ad Eraclito) producono bellezza o, meglio, l’attesa di bellezza che è, dopo il perturbamento, riordino e riequilibrio dei dati che giacciono nella nostra memoria.
Citerò a questo proposito uno dei testi più “belli” che abbia letto, adattabile a Napoli, all’Utopia e all’Eresia e alla bellezza (scrivo “bellezza” con la minuscola perché è il materiale di risulta di un processo più importante).  Si tratta di Glas, di Derrida, in cui il grande francese racconta le vite di Hegel e di Genet, collocate a colonna su un medesimo foglio, il che significa che sono divise o unite da una striscia di silenzio (che fa da pendant alla “campana a morto”, la “Glas”) e in cui tocco e rintocco si alternano tra l’idealismo dell’uno e le res infimae (il fimo è il letame del porcile)  dell’altro, salvo comprendere, durante la lettura, che “infimo” era Hegel, sulla base dei dati biografici, laddove Genet era motivato da una potente spinta ideale. Cosa qui è Utopia e cosa Eresia? Sta di fatto che ciò che conosciamo di Hegel e di Genet , dunque ciò che sta nella nostra memoria, viene reimpostato e mentre ciò accade siamo in tensione, cerchiamo di risistemare le nuove informazioni all’interno del sistema che già possediamo e che abbiamo ottenuto con grandi lavori di equilibrio. E’ in questa sospensione la possibilità, il perifrastico, l’aura della “bellezza”. Quando si raggiunge un nuovo equilibrio mi viene spontaneo dire “è bello” (cioè è coerente, proporzionato, simmetrico -si incastra bene nei miei giunti percettivi).
Se, per tornare all’Alberti, io dicessi e sostenessi, cosa di cui sono convinto, che il “De re architectonica” non significa solo “Intorno all’ architettura” ma che, confortato dall’utilizzo
pluriversale che l’Alberti stesso fa del suo “logo” , significa soprattutto”Trattato architettonico sulla nota -mercuriale- re “ (ricordiamo, per esempio, “Le pietre che cantano” di Schneider?), avrò ottenuto un effetto di straniamento in voi che, per ciò stesso, sarete costretti, subito dopo, a rielaborare l’informazione ottenendo, secondo i casi, riequilibrio e riordino oppure rigetto. Il meccanismo cognitivo è identico a quello prodotto dall’incontro coi pezzi dell’installazione della Di Nardo o, su scala ampia, con i pezzi di “Napoli”.
L’esempio più evidente di quanto sto dicendo in ordine al disordine generato dall’uovo dell’Utopia e dalla fiamma ghiacciata dell’Eresia è Cartesio, non a caso il padre del razionalismo. Il suo “Discorso sul metodo”, bellissimo, ha fondamento su ciò che, secondo l’opinione corrente, è quanto di meno metodologico esista, vale  a dire un memorabile sogno. Vediamo cosa  successe:
≈ stava presso il danubio (c’è sempre un fiume) a scaldarsi i geloni renè.era assai freddoloso. lo avrebbe fatto fuori il gelo della sala delle udienze svedesi: non sapeva che freddo fa sostando in un’udienza. ricordava lo strabismo della prima innamorata. al gracile francese piacevano ragazze con gli occhi un poco storti, lo sguardo da teorema. stava in vestaglia, intento a disegnare un ex libris (late biosas o qualcosa del genere). pioveva senza pioggia ,come adesso. la penna d’oca fece scr sul foglio, un cigolìo da marchingegno. pensò alla relazione tra “silenzio” e “rumore. applicò alla questione l’ut nunc, il pons asinorum, le tavolette della verità. accertò che stavano in posizione biunivoca. ebbe l’ombra di un dubbio. il danubio scorreva, udibile e inaudito. si addormentò,toccandosi i geloni per esser certo del suo corpo. sognò un alcmeone, un ginn funesto. ed ecco viene l’ombra del dubbio per dove non è posta sentinella. esce da sé renè. si osserva. si accende un cerino sotto il naso caso mai non respiri. congettura qualcosa sullo specchio che aveva messo davanti alla stufa per raddoppiare il calore. si desta al crac di ramo secco che calpestiamo quando, disattenti, vogliamo prendere la morte di spalle.
da allora le cose rimasero contagiate dal dubbio di poter essere qualcosa, cose dell’altro mondo. innamorate della loro geometria, si costruirono un feticcio, un dio oggettivo, con gli occhi un poco storti, l’udito balbuziente e biforcuto: mente/ materia; ascisse/ ordinata
Anche nel caso di Cartesio la lettura dei suoi lavori produce possibilità di relazioni nuove tra i dati della nostra esperienza memorabile, dunque bellezza. Parlo di Cartesio senza dimenticare  Raimondo Lullo e i suoi perfetti schemi olistici o il Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore o ancora  le città geometriche del 1500. Queste ultime  ai fini del nostro tema sono l’ Eresia più utopica perché sono state realizzate e, appunto per questo, inservibili. Penso -noblesse oblige- all’altra grande Utopia di Platone, opportunamente citato da Mario Persico. Nel merito, va specificato che  La Repubblica è un trattato sulla paideia piuttosto  che sul governo politico;  è anch’esso  un lavoro utopico e nel contempo eretico, come tutte le attività di ricerca (e patafisiche, per omaggio a Mario Persico)  nel senso che dice cose eretiche utilizzando l’Utopia, e ciò a cominciare proprio dal modo con cui è scritta. E’ Platone che inizia il percorso analitico del pensiero e lo fa mediante uno strumento, la scrittura, che con lui giunge a consapevolezza, ma modulata secondo uno stile formulaico orale. Altresì, a molti sembra un’eresia che il greco cacci dalla sua Repubblica i poeti e si sottolinea sempre il fatto che lo stesso Platone scrivesse poesie, il che anche appare una  bella Eresia. Ma occorre capire chi erano i poeti del suo tempo, equiparabili ai neomelodici di oggi o ai burattini  chi si esibiscono  in concerti di protesta contro chi li finanzia.
Al tempo di Platone i “poeti” erano preposti all’educazione e costituivano un sottobosco di  imitatori di imitatori che ricorrevano a imitazioni  che imitavano il reale e sappiamo bene che il reale era, per questo pensatore così intenso e teso a individuare la physis delle cose, un’imitazione non formale di qualche altra cosa di molto formale. Purtroppo Platone non aveva strumenti di
psicologia né di neurologia e non poteva immaginare, neanche nella caverna, che il reale si identifica con la struttura della mente. Del resto, per fare significativi passi avanti su questo sentiero dobbiamo attendere, dopo Cartesio, il citato Bateson.
Questo porta a supporre  che /Napoli/ si identificherebbe con la mente dei napoletani? Si, nel senso che questa è la mentalità-atteggiamento che si richiede ai napoletani e, su scala nazionale, a tutti gli italiani grazie alla visione delle cose proposte dai media, al punto che un evento, se non registrato da qualche telegiornale, non ha statuto di realtà. Il fenomeno lo si riscontra in tutte le arti in qualche modo collegate e lavorate da sistemi industriali, il che impone una scelta, un’Eresia da parte degli operatori che si dichiarano liberi, scelta che comporta la semiclandestinità. Ed ecco il vero motivo per cui sono qui: per parlare con voi e confrontarmi con voi, che vivete una vita parallela alla mia.  Pensiamo a Napoli in letteratura. Con pochissime, rarissime eccezioni si indugia sempre sugli “stracciacani” di Napoli. Un editore vi pubblicherà solo e se proporrete questo -riconoscibile- modello. Vale per gli scrittori la stessa logica degli appartamenti a Giugliano. Non posso che concordare, ad esempio, con il parere di Renato Barilli quando analizza il lavoro di Erri De Luca e si accorge che non si fa altro che riscrivere la “Cavalleria rusticana”. Conosco molti uomini di cultura che confondono lo spirito greco (rimango nell’area ellenica per evitare tirate di orecchie da Eraclito) con i monumenti e arzigogolano  nostalgie, rimpiangono una “polis” napoletana “a misura d’uomo”. Sciocchezze. Voi architetti, visto che lo spirito ellenico si identifica erroneamente con i monumenti, sapete che la “polis” ateniese era una città con non più di 10.000 cittadini (ateniesi maschi, dunque circa 400.000 unità) e che costoro vivevano in toto la loro città: un tempio  apparteneva, proprio fisicamente,  a loro, altrettanto un giardino, fontane, ecc. tant’è che le loro abitazioni private  erano molto modeste. E, in più, era autonoma amministrativamente. Non si capisce come si potrebbe  ripetere il miracolo della “polis” se non con utopie da gamberi. Napoli è una metropoli. Possiamo legittimamente chiederci quale è l’ombra della sua idea, il suo liber figurarum. Napoli è densa di figurae ma non basta certo  un loro inventario: occorre un metodo di lettura della città ai fini anche e soprattutto dell’identità civile, eredità di Federico II, senza la quale Napoli non si indignerà mai. Antonio Vitolo mi ha inviato un testo sull’uccisione di Petru, il musicista di strada ucciso a Montesanto. Ecco una “bella” analogia: Petru sarà fatto santo, è il fondatore di una diversa chiesa, a Monte Santo Petru. Osservate come un fatto di cronaca sia stato rielaborato da uno psicanalista (che è anche un poeta) proprio secondo la procedura che sto cercando di illustrare: un fatto (l’uccisione di Petru) sconvolgente (che rimette in discussione uno stato di equilibrio) è reinserito nel vissuto (si cercano analogie con quello che già abbiamo dentro, col mnestico) e, ottenute le analogie (simmetrie) l’esito è il comportamento (nel caso di questo poeta, un testo). Ed ecco ancora confermata l’intuizione eraclitea: un evento non inquadrabile, caotico, diventa fondatore di un oprdine, di un discorso, di un’etica (che, come dicevamo, è il linguaggio ordinato del pathos).
 “Metropoli” è “madre della città” ma a me piace piuttosto riferire “polis” a “polys”, molteplice,  nel che appunto consiste la bellezza, la casualità della bellezza. Credo che il lavoro che vi aspetta, amici architetti, sia ciclopico ma credo anche che ne vale la pena per il semplice fatto che non mi sembra di vedere particolari alternative se non quella di creare un contropotere rispetto a quello costituito con l’inconfessata, ma scontata,  ambizione di sostituirsi ad esso.
In poesia, la bellezza è soprattutto l’area semantica, illimitata, delle parole e delle relazioni tra di loro. Ma  la molteplicità non è nelle cose quanto nell’approccio, disciplinato, al molteplice  e nel conseguente uso, consapevole, degli strumenti cognitivi,  essendo ciascuno di noi umano in quanto marcatore di significati e potendo essere ciascuno  artista in quanto, che usi o meno l’arto,  gestore dei significati ai fini di una comunicazione complessa e coerente., che poi significa “una cosa fatta bene”, cioè “bella”.
Ed ecco un altro problema: “bene” e “bello” sono identici? Si sa che “bellus” è derivato di benulus, e, meno intenso di “buono”, significa piuttosto “confacente, comodo” per poi sottintendere “ben
proporzionato”. “Ben proporzionato” implica che vi siano delle parti, non necessariamente fisiche, da relazionare, armonizzare, organizzare (nel senso di “organon”). La questione forse si supera se più che di “bene” e di “bellezza” si ragiona nei termini de “i bene”, “le bellezze”, ma uscirei un po’ troppo fuori dal tema. In ogni caso dal mio osservatorio la bellezza ha alcunché di indeterminato o misterico, cose che lasciamo agli artisti Pseudolo e ai poeti Pistetero, essendo semplicemente un’ attività evocativa, un metodo grazie al quale posso tranquillamente (e l’ho fatto) mettere in musica i bitorzoli del cavolo romano o le macchie di colore di un campo di papaveri: basta enucleare la forma del cavolo e adagiarvi sopra un pentagramma; basta osservare le macchie rosse di papaveri come note su un pentagramma. Ne esce sempre un’armonia per il semplice fatto che, come le variazioni di Bach, queste forme della natura hanno una simmetria, sono autoreplicanti, frattali. E autoreplicante, a frattale, è la nostra memoria.
Un’indagine su Napoli come frattale sarebbe, credo, altamente intrigante. Splendido il musicarla così come appare durante una passeggiata o, xcosa che vorrei fare con qualcuno di voi, musicare un progetto architettonico o trasformare in architettura uno spartito.
Intuitivamente sarete d’accordo con me nel supporre che una cosa è bella e brutta contemporaneamente, a prescindere dalle epoche storiche e dai codici di lettura dei gruppi sociali che attribuiscono valore di bellezza a qualche cosa. Utopia ed Eresia complottano e ci dicono che la bruttezza può essere molto più ordinata, bella, della bellezza e che la bellezza si fonda su un’attività evocativa, mnestica. Facciamo un esempio: sto qui, alla villa di Donato, in un bel giardino. Tra poco si sarà il tramonto. Questo luogo in prima battuta mi ha prodotto un’emozione che non esito a definire “ansia” . L’ansia è un segnale di pericolo e il pericolo è quello che si possa scatenare qualcosa di inconsueto, che io possa entrare in un gioco faticoso (il che si è puntualmente verificato). Il mio omeostato era in piena attività. Poi è intervenuta un’attività di ricognizione e di riordino e, ancora, una stasi nell’omeostato che, dopo aver trovato il nuovo punto di equilibrio, dichiara: “dopo una turbolenza e perturbanza, ho accolto come mie le nuove informazioni e grazie ad esse mi sono riconosciuto come me”.
Lascio allo psicanalista le relazioni tra energia ed entropia, starnuto e orgasmo,  la messa in moto del sistema omeostatico e le pulsazioni sessuali profonde. Io idealmente lascio questo tavolo e vado a guardare il tramonto sulla mia città. “E’ bello”, mi dico. Che significa? Cosa si nasconde nell’ abracadabra “è bello”?. Posso rivolgere  la domanda a voi: “Perché questo tramonto è bello?”. Mi risponderete, grosso modo: “Perché mi piacciono questi colori che…”, “Perché mi fa pensare a…”, “Perché mi ricorda…”. Che significa “mi piacciono questi colori?” se non che si ri-conosce qualcosa in questa scala cromatica? Che significa “Mi fa pensare a” se non che non è il tramonto a essere bello ma il suo effetto mnestico? Anche  “Mi ricorda” è un legamento, un dia-leghein, con qualcosa che, appunto, ho già dentro di me e che tento di “ricordare”, cioè “riportare al cuore” (il tempo di “dissonanza” e sospensione di giudizio o di espressione  mentre accade ciò e mentre cerchiamo riordini tra i dati è precisamente ciò che chiamiamo “aura”).
 Vediamo come funziona questa faccenda.
La percezione si attua attraverso due canali: immagine, parola. Tralasciamo qui questioni che riguardano il corpo e la sua memoria, vale a dire ciò che non è stato portato, per vari motivi, a verbalizzazione e immaginazione e che comunque lavora nel corpo, producendo “traumi”.
Questo è un ulteriore spunto di lavoro: /Napoli/ è molto corporale. Uno dei suoi simboli è il Nilo, detto appunto “Il corpo di Napoli”. Quali sono le cose che hanno toccato il corpo di /Napoli/ e che, non giunte ad espressione, lavorano come forze traumatiche?
Posso metaforicamente illustrare “verbalizzazione-immaginazione” come due binari sui quali passa il treno del senso. Questi binari sono collegati tra loro da traversine, vale a dire un rapporto tra “verbalizzazione” (attività verbale) e la correlata “immaginazione” (attività figurativa). E’ facile visualizzare un “bel” tratto di strada ferrata in cui a ogni estremità di ogni traversina c’è una parola, un’immagine. La parola, come si sa, ha un’alea in più rispetto all’immagine in quanto ogni parola che designa qualcosa lo designa arbitrariamente, per convenzione tra i parlanti. “Tavolo” indica solo per convenzione una forma geometrica di vario materiale con dei supporti sotto il piano per tenerlo orizzontale a una certa altezza dal suolo. Sulla nostra tratta ferroviaria vediamo un certo numero di traversine collegate tra loro. Senonchè alle loro estremità (nei punti di innesto delle traversine coi binari) non c’è solo una parola e una immagine. Ma molte parole e molte immagini. E’ quello che si chiama “area semantica”. Non solo. Sull’innesto “parola-binario” una parola si comporta come un polimero, genera catene di significati interni relazionati tra loro. Altrettanto accade con l’immagine. Il piccolo sistema dell’uno si relaziona a sua volta col piccolo sistema dell’altro e così via per quante traversine possiamo contare sul percorso che desideriamo fare o che riusciamo a vedere. Si verifica, pertanto, la possibilità di elevazione potenza dei significati il che richiede un terribile sforzo nella loro gestione. L’artista è tale perchè sa gestire questo fenomeno.
Rivediamo il nostro tramonto su Napoli. Ripetiamo la domanda:”Perché è bello?”. Io rispondo:”Perché mi dà un senso di quiete, mi ricorda di quando ero bambino e mia madre mi allattava. Si profilavano sul muro ombre. Io e mia madre eravamo un’ombra, una specie di scultura annerita. Temevo che qualche altro bambino, forse mai nato, sarebbe venuto per portarmi via…”.
Lascio a voi la libertà di riaggregare e analizzare questo mio procedimento mnestico, di disegnare le traversine sul binario del senso di ciò che significa, qui e ora, per me, “tramonto su Napoli”.
Quando mi trovo davanti qualcosa che mi genera emozione-ansia , l’insieme di insiemi dei miei dati mnestici ha la massima libertà possibile, che è poi la possibilità di coordinare i dati stessi in modo talvolta impensato. Il trobar clus dei trovadori non è diverso da questo, ne è anzi perfettamente identico. La compresenza alla coscienza dei dati (un’indagine a parte andrebbe fatta per questa facoltà che mi consente di osservare la mia memoria), questa sphera , l’intero l’unito, è sottoposta all’attività di riordino ai fini del senso. E’ qui la bellezza. I suoi tecnici conoscono il mestiere di come mettere in relazione e selezionare questi stessi dati. Avevo immaginato di illustrare questo assunto mediante l’analisi di un testo di poesia di Montale, parametrandolo alla struttura profonda della città.
Voilà la reve: questo  tramonto è un semplice sostituto di qualcos’altro, una metafora (la “bellezza” di ciò è che un dato reale diventa motu proprio metaforico)  e sappiamo bene come si struttura una metafora, anche in musica o matematica. Se vi facessi vedere un cielo rosso e vi chiedessi se è bello certamente mi rispondereste di sì. Se poi vi dicessi che è appena scoppiata una bomba atomica, come ci restereste? Non avverrebbe altro che il “rigetto” nell’omeostato che siamo in quanto non verrebbe riscontrata coerenza tra evento-aura-attività mnestica. Ma così funzionano anche le barzellette, in genere un racconto breve dove vengono create delle attese, sulla base della nostra memoria, non sconfessate nel finale. E’ l’incoerenza tra attese, riconoscibile, e realtà che genera un moto neuronico che si chiama sorriso. Anche nel caso del cielo rosso per lo scoppio di una bomba il processo è perfettamente identico a quello che ci spinge (ci spinge? Chi spinge e perché?) a dire che il tramonto è bello (abduttivamente, cioè fino a prova contraria).
Ma, più specificamente, cosa succede nel rifiuto o rigetto? Che il sistema che siete da aperto alle possibilità diventa chiuso, non dà spazio a verifiche: la fiammella dentro l’uovo si spegne, i dati nuovi, le nuove informazioni, non trovano posto per paura che l’equilibrio possa subire effetti gravitazionali imprevisti. Ma anche questo comporta tecniche, quantomeno quelle per la gestione del lutto in cui -vi prego di credermi- intervengono le stesse cose che abbiamo visto fin qui.
L’origine di Utopia, Eresia, Bellezza, è collocabile in ciò che si chiama dissonanza cognitiva , vale a dire nell’individuare o nel saper sentire una incoerenza tra i dati dell’esperienza, così come sistemati nel nostro vissuto,, e il loro incontro con un nuovo dato in una nuova situazione. Ciò che chiamiamo gioia e dolore, attesa e dimenticanza sono riconducibili a questo processo di dissonanza che, per ciò stesso, vuole una consonanza.
Ma c’è un altro protagonista sulla scena napoletana: il suggeritore. Questo suggeritore è il corpo, ciò che altrove ho  chiamato “memoria corporale”, cioè la memoria che il corpo ha di sé stesso e di tutto ciò che l’ha toccato (più spesso gli è toccato) e che rimane nello stato semilatente di non-verbalizzazione e non immaginazione, il che produce disturbi o -parola forte- traumi.
Mi sembra intuitivo che tutto ciò avvenga non secondo una linea temporale ma simultanea, sinusoidale, quasi ovoidale. Anche in questo caso dovremmo chiederci: cosa ricorda Napoli del proprio corpo? Cosa gli è toccato? Come fare perché i traumi sotterranei, le dissonanze non portate a consonanza, che scorrono sotto la statua del Nilo sgorghino come verbalizzazione e immaginazione? Certo, non immagino il Nilo sul lettino dello psichiatra (e perché no, poi? Ha anche la postura di uno sdraiato).
Credo che questo incontro, e i successivi, dovrebbero rispondere a queste domande, che occorre preparare strumenti nuovi di analisi e, se non il Nilo, ascoltare il popolo, il fiume di delusi, arrabbiati, rassegnati che dolentemente verbalizzano solo con mormorii e immaginano solo con allucinazioni. Questo è il nostro compito. Bello.